Mai indifferenti - Voci ebraiche per la pace

«HO COLTIVATO LA MEMORIA DELLA SHOAH E OGGI A GAZA NE SENTO GLI ECHI»
Il j’accuse di B’Tselem: “Noi israeliani risponderemo del genocidio dei palestinesi”


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Nessuno può sfuggire alla propria coscienza. Né cavarsela con l’affermare “non sapevo” o scaricando tutte le colpe sui “solutori finali” che governano Israele. Troppo semplice, troppo falso. Perché, rimarca Novak, “Il genocidio non può avvenire senza che gran parte dell’opinione pubblica vi partecipi, lo sostenga o chiuda un occhio. Questo è parte della tragedia: quasi nessun gruppo che ha perpetrato un genocidio ha compreso in tempo reale il significato delle proprie azioni. Viene sempre presentato come una storia di autodifesa, di mancanza di alternative, di qualcosa che le vittime si sono causate da sole. In Israele, la versione accettata è che tutto sia iniziato il 7 ottobre con l’attacco di Hamas, dopo il quale tutto ciò che è accaduto a Gaza è apparentemente necessario e giustificato in nome della difesa di Israele. L’atrocità dell’attacco di Hamas alla Striscia di Gaza quel giorno non deve e non può essere sottovalutata. Si è trattato di un attacco criminale, rivolto principalmente contro i civili, che ha causato innumerevoli crimini orribili che la mente umana non può sopportare. Un’intera società ha vissuto un trauma orribile e improvviso che ha risvegliato profondi sentimenti di minaccia esistenziale”. Sentimenti che quel maledetto, tragico, sanguinoso 7 ottobre 2023 ha radicalizzato, ma che non nascono quel terribile giorno.
Annota Novak: “Tuttavia, anche se il 7 ottobre ha rappresentato un fattore scatenante significativo, erano necessarie altre condizioni preesistenti per consentire il genocidio e trasformarci in una società capace di cancellare l’umanità delle persone, perdendo ogni capacità di empatia e arrivando a considerare ogni bambino come un membro di Hamas e ogni casa come una cellula terroristica. Per diventare una società che perpetra un genocidio sono stati necessari decenni di vita sotto un regime di apartheid e occupazione, durante i quali sono state gettate e rafforzate le basi governative ed emotive della supremazia, dell’oppressione, della separazione e della paura. Per anni, israeliani e palestinesi hanno vissuto separati, perché ci era stato insegnato che questa era l’unica modalità di convivenza possibile. Negli ultimi decenni, questa separazione e questo allontanamento hanno raggiunto il loro apice con l’imposizione di un blocco totale a Gaza. Gli abitanti di Gaza, gli esseri umani che vi vivono, sono scomparsi dalla mente degli israeliani. Sono diventati persone che si potevano bombardare indiscriminatamente ogni pochi anni, uccidendo centinaia o migliaia di loro, senza doverne rendere conto. Sapevamo che milioni di persone a Gaza vivevano sotto assedio. Conoscevamo Hamas e sapevamo chi lo finanziava. Avevamo persino visto le foto dei tunnel. Col senno di poi, sapevamo tutto
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Persino noi, gli attivisti per i diritti umani di B’Tselem che vivono, studiano e denunciano da anni la violenza di Israele contro i palestinesi, non avremmo mai immaginato di dover affrontare il crimine di genocidio. Dopo mesi di ricerche approfondite, in cui abbiamo analizzato ogni cosa più e più volte, abbiamo sperimentato in prima persona il modo in cui la mente rifiuta i fatti, come un veleno che il corpo cerca di espellere. Ma ora sappiamo che il veleno è già dentro di noi. È reale e sta inondando israeliani e palestinesi che vivono qui con una paura e una perdita inconcepibili. Il governo israeliano sta compiendo un genocidio. E nel momento in cui questa consapevolezza si fa strada, sappiamo già cosa succederà dopo. Ci abbiamo pensato tutta la vita, ogni volta che ci siamo chiesti: ‘Cosa avrei fatto se fossi stato lì, su quell’altro pianeta?’ E la risposta è una sola: avremmo fatto tutto il possibile per fermare il genocidio”.


Da "Haaretz", l'articolo di Yuli Novak, direttrice di B’Tselem, la più autorevole Ong israeliana, ripreso da L'unità, 5/8/2025



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